Dumbarton Oaks Medieval Library, un tris d’assi calato da Harvard

The Vulgate BibleHarvard fa tris di assi. Dopo la gloriosa Loeb, che pubblica dagli inizi del secolo scorso i testi classici greci e latini, e dopo I Tatti Renaissance Library, che si dedica alle opere del Rinascimento italiano, ecco ora la «Dumbarton Oaks Medieval Library».
I titoli delle due serie sono stati scelti con nobile nonchalance, I Tatti essendo la bellissima villa che Harvard ha ereditato da Bernard Berenson sulle colline di Firenze, Dumbarton Oaks il parco, museo, e caseggiati a Washington dove Harvard ospita studiosi da tutto il mondo. Sotto l’impeccabile direzione di Jan Ziolkowski la Medieval Library cura la pubblicazione dei libri che ci sono giunti dal Medioevo latino, germanico, romanzo, e bizantino. Ogni elegante volume rilegato presenta il testo originale, la traduzione inglese, una buona introduzione, apparato critico, bibliografia.
Non si poteva aprir meglio la serie che con un testo culturalmente e letterariamente fondante: la Bibbia Vulgata, il Pentateuco, di Gerolamo, accompagnata dalla versione inglese cattolica, uscita tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento in Francia, la Bibbia di Douay-Rheims. È molto importante averle insieme, il latino e l’inglese a fronte, perché ogni frase della Douai-Rheims è una scelta teologica precisa dinanzi alle versioni protestanti e anglicane che nell’Inghilterra di Elisabetta e poi di Giacomo I reinterpretavano il testo biblico alla luce della Riforma. La Douai-Rheims è una Bibbia “romana”, che riprende dopo mille anni il linguaggio e la teologia della Vulgata di Gerolamo, ritenuta ispirata al pari dell’originale ebraico e della traduzione greca dei Settanta. Shakespeare, che ha generalmente seguito quella dei Vescovi, sembra appoggiarsi talvolta a essa, come anche a quella anglicana di Re Giacomo. Dante, di converso, aveva davanti agli occhi la Vulgata e riusciva a ri-scriverla mirabilmente nella Commedia, identificandosi con gli «scrittor de lo Spirito Santo» e con la «teodia» di David.
Con le liriche di Arundel e le poesie di Ugo d’Orléans, detto Primate, entriamo nel Medioevo latino: mille anni di letteratura generalmente trascurata o addirittura considerata minore e ripetitiva, che invece si rivela fecondissima e originale. Tra la fine dell’XI e la prima metà del XII secolo Ugo Primate è un tipico esempio di vagante, che si sposta continuamente fra Beauvais, Parigi, Amiens e Roma. Sempre pronto a cogliere e fissare nei suoi versi i momenti della sua e dell’altrui vita, gli amori, la tavola, l’odiata povertà, il gioco, la corruzione del clero. Colto, imbevuto di classicità, Ugo è dotato di uno humour e di una virulenta capacità satirica che gli hanno guadagnato un posto fra gli autori dei Carmina Burana. Della seconda metà del XII secolo sono invece le liriche di Arundel, fra cui alcune di Gualtieri di Chatillon e molte di quel diplomatico, tutore e segretario di re e regine che fu Pietro di Blois. Poeta soprattutto d’amore e virtuoso del verso al pari di Orazio.

Fonte: ilsole24ore

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